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Pagina del Corriere di Romagna sulle Onoranze Funebri di Rimini, intervistata anche la San Gaudenzo di Rimini

L'ULTIMO VIAGGIO? ROBA DA RICCHI Morire ai tempi della crisi: bara e lapide low cost niente fiori e pochi santini

RIMINI. Morire? Roba da ricchi. E per la bara e una lapide decente c'è perfino chi chiede un finanziamento in banca: la crisi fa privilegiare il funerale low cost, senza fiori, con sarcofaghi opachi, ricordini solo per i parenti stretti o sassi di fiume invece delle lapidi. E chi non riesce a permettersi nemmeno più quelli, opta per la cremazione con un risparmio di circa mille euro. «È la vita: oggi a me. domani... a lui», dicevano "I Soliti ignoti" di Mario Monicelli, ma anche i pensionati che fino a pochi anni fa s'erano tenuto il gruzzolo da parte per l'addio in chiesa, hanno dovuto "dimenticare" che prima o poi tocca a tutti e si sono spesi i soldi del funerale per tirare a campare. Ironia della vita.

Non c'è posto per morire e non ci sono i soldi: questo lo sfogo che ogni giorno le onoranze funebri della città raccolgono dai famigliari dei defunti. Si preferisce la cremazione ormai per un morto su quattro, e non solo perché costa meno, ma per bisogno di praticità: senza un loculo al cimitero, non ci sono concessioni da rinnovare e "oboli" da sborsare. Una gita in mare a un miglio e mezzo dalla costa e il funerale è fatto, con le ceneri al vento: altro che fila in Comune per un posto al camposanto. E se al cimitero centrale della città, nicchie ancora ci sono, nei camposanti del comprensorio le cellette sono off limits: guai. poi. a cercare quella doppia.
L'unica possibilità rimane quella dell'inumazione (la sepoltura a terra) che costa meno e garantisce tempi di "conversione" più brevi per spostare ciò che resta del caro defunto in un ossario.
«Una bara di legno pregiato può costare anche 2mila euro, mentre con 500 euro ci si compra una cassa in larice o abete - spiegano dalle onoranze Città di Rimini - la gente cerca sempre più sobrietà, compra meno fiori magari solo per coprire la cassa e fa stampare solo i ricordini strettamente necessari. Pagano a rate e c'è chi chiede addirittura il finanziamento. Pensionati con fondo da parte per il funerale? Ormai non ce ne sono più: i soldi li hanno dati ai figli rimasti senza lavoro». Quindi niente rose e orchidee: meglio gerbere e gladioli. E i manifesti? Quello di fronte alla chiesa e nulla più.
«Cofani in rovere o mogano vanno sempre di meno - spiegano da Humanitas - mentre prendono sempre più piede le casse in legno meno pregiato». Ma se il funerale tradizionale rimane il preferito, anche se a basso costo, la cremazione sta prendendo sempre più piede.
«Ne ho seguite un paio anche questa settimana - dice Andrea Vittori titolare della San Gaudenzo -. Ormai un cliente su tre la sceglie: non è solo una questione economica, ma per lo più pratica e di cambio culturale, anche perché il risparmio c'è ma non è poi così ingente».
In Italia, infatti, pur scegliendo la cremazione, la bara va comunque comprata e bruciata assieme alla salma: non sono ammessi i noleggi come nel nord Europa.
«La possibilità dì tenere le ceneri in casa o quella di disperderle ha fatto impennare la richiesta: si supera così del tutto la difficoltà del trovare un posto al cimitero - prosegue -. A Rimini è molto richiesta la dispersione delle ceneri in mare: noi mettiamo a disposizione anche un piccolo natante per portare i parenti al largo. Ma la maggior parte si arrangia da sola: risparmia».
Il funerale tradizionale sta dunque diventando sempre più semplice: «Rinunciano a tutti gli abbellimenti superflui, compresa la lapide - spiegano dal Cometa di Novafeltria - qui da noi, ad esempio, in un paio di casi ho visto le lapidi fai da te. Non si possono permettere quelle di marmo, allora fanno una composizione coi sassi di fiume o si costruiscono la classica piccola croce in legno».
Sia chiaro, non per tutti è cosi e c'è ancora chi, per il funerale, non bada a spese: «Vendiamo ancora per lo più bare lucide e lavorate: il lavoro, questo è certo, non manca mai», se la ridono da Cappelli.

Patrizia Cupo
"CORRIERE DI ROMAGNA"



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